martedì, 01 luglio 2008
ieri sera chiuso il libro ho pensato: forse ho attaccato Irène Némirovsky da un lato debole.
I cani e i lupi mi ha dato l’impressione di non avere corpo, come se afferrandolo con leggera pressione rivelasse la fragilità di una sfera di carta, una di quelle lampade orientali in carta sottolissima e bacchette flessibili.
Ada, una bambina orfana di madre, cresce nella città bassa di Kiev dove si accalcano gli ebrei poveri, lontani anni luce dalle belle ville sulle colline.
una notte, durante un pogrom antisemita che spazza la Russia ebrea del primo Novecento, Ada si avventura in cerca d'aiuto verso l'alto ed entra nella casa di un cugino ricco, anche lui un Sinner, ma circondato da lusso e benessere. Ada, che vivrà buona parte della sua vita proteggendosi dalle difficoltà in un mondo sognato e leggermente sfalsato da quello reale, rimarrà sempre innamorata del diafano cugino Harry. e lo inseguirà anche durante l'esilio per le strade di Parigi.
la scrittura è quasi da fiaba, con una scansione temporale stramba, velocissima per valicare decenni ed eterna nel superare una notte di paura.
ed è forse per questa levità stilistica, che ho apprezzato di più la prima parte che racconta dell’infanzia di Ada trai pogrom russi, la fantasia sfrenata, la notte nascosta in un baule.
quando Ada diventa grande, sempre rincorrendo un’infatuazione amorosa, mi sembra che la scrittura della Némirovsky non stia più dietro alla storia, o almeno la renda troppo zuccherina, leggermente indigesta.
tutto il libro insomma è sotto il segno di una leggerezza sognante, che è la sua cifra ma che finisce per rendere tutto troppo volatile, fino alla dissolvenza.
proverò con qualcos'altro, probabilmente ripartendo dalle prime proposte in Adelphi dell'autrice russo/francese (Suite francese?).

I cani e i lupi
Irène Némirovsky Adelphi 2008
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categoria:letture
mercoledì, 25 giugno 2008

ho spesso la tentazione di ragionare come Pollyanna.
evidentemente il libro, ma ancor più il film disney  (con la ragazzina da faccia e capelli finti) e il cartone animato (dove invece c'era una Pollyanna che ho sempre pensato mi assomigliasse) hanno indelebilmente segnato il mio immaginario bambino.
è da lì che forse mi viene l'incredibile mania di pensare che c'è sempre un peggio, una specie di ottimismo tragico, che trae forza dal fatto che non mi hanno ancora tagliata a pezzi.
però altre volte penso che sia un grandissimo difetto, che sconfina nell'ingiustizia di non pensare che capita solo perché non è ancora capitato a me: io non sono a pezzi, ma molti attorno sì.
un ottimismo ottuso, con i paraocchi.

lunga premessa per raccontare due episodi.
episodio a
x ha fatto il master con me e non è l'ultima delle cretine. è finita a fare lo stage in una casa editrice di cultura (come si chiamano). non ha rimborso spese. in soldoni, lavorerà per sei mesi, otto ore al giorno e forse più, a gratis. una schiava.
per istinto di sopravvivenza, oltre che per fare qualcosa di diverso dal puro lavoro redazionale assegnatole, ha accettato di fare una revisione, sempre per la stessa casa editrice ma in questo caso pagata.
in modo affettato e finto cordiale, la sua tutor e sfruttatrice le ha fatto notare che i redattori non venivano pagati a parte per lavori che esulavano dal loro solito e che svolgessero in sede durante le ore di ufficio e quindi non si capisce perché lei doveva essere pagata.
da notare a) la mia amica non stava lavorando alla revisione in quel momento, e probabilmente ci avrebbe lavorato al di fuori delle ore d'ufficio
b) come detto, non percepisce nessun compenso per uno stage che non assomiglia nemmeno lontanamente a un periodo di lavoro in cui imparare essendo seguiti e indirizzati e corretti, come nel 99% dei casi italiani temo.
quando x si è ribellata, la tutor ha riconosciuto che questo sistema di gestione degli stage non funziona proprio e poverina, poi però ha fatto questa proposta a x: tu fai la revisione anche durante le ore di ufficio ma non ti fai pagare, in cambio ogni tanto ti dico se stai facendo bene.
episodio b
D. lavora al sito di un grande negozio di catena del centro di Milano. sono alcuni anni che lavora nello stesso posto, sempre con contratto a progetto annuale.
a dicembre 2007 gli comunicano che non possono fargli subito un altro contratto a progetto e quindi dovrebbe restare a casa per un mese, ma visto che il suo lavoro è indispensabile, gli spiegano che lo faranno lavorare anche a gennaio ma lo pagheranno in nero.
a fine gennaio gli dicono che lo pagheranno in buoni benzina. D. non ha la macchina.
visto che forse qualcuno di decente al mondo c'è (Pollyanna fa capolino) i suoi colleghi decidono di comprargli i buoni con moneta sonante. visto che il male non aspetta mai troppo per salire alla ribalta (e, forse, per fare in modo che quella sciocchina di Pollyanna si svegli una volta per tutte), il direttore del negozio chiede se D. li fa scontati i buoni benzina?
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categoria:persone
giovedì, 12 giugno 2008
              
un ragazzino con un orsacchiotto legato allo zaino cammina in un paesaggio deserto: prima è una strada, di quelle che nel nostro immaginario ormai sono le route americane che si avventurano nei paesi dell’interno; poi una piana, vuota di persone, popolata solo da cani randagi e all’improvviso tagliata da una lunga condotta; a tratti è il mare.
un lieve senso di angoscia per un lieve disegno perfetto, in questo fumetto che mi ha fatto conoscere Anders Nilsen dopo la favolosa mostra a Bologna.
come sempre la Drawn&Quarterly fa un ottimo lavoro  editoriale, tutto a levare, e valorizza il tratto di Nilsen, che ha la leggerezza di un disegno a matita su un sasso di fiume, un dono che proprio perché effimero si ha la voglia di custodire in fondo al cuore.


Anders Nilsen Dogs and Water Drawn and Quarterly 2008
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categoria:letture
mercoledì, 28 maggio 2008
fino a che non mi ammazzano o qualcuno non ritiene che sia un inaccettabile sfoggio di hýbris,
andare a lavorare in bici rimarrà il mio vero spazio di libertà quotidiana.


e ora veniamo alle cose serie.

sono quattro imbecilli... fascisti
la radiosveglia della mattina, sintonizzata su radiopopolare, è sempre più inquietante. questa mattina due notizie su tutte mi hanno riconciliata dolcemente col mondo: i temi dei bambini di Ponticelli (precipitato e cassa di risonanza di un razzismo sempre più acuto e spaventato e profondo) e l’ennesima terrificante notizia del pestaggio squadrista a Roma.
in un post purtroppo recente (vista la continua e velocissima escalation degli ultimi giorni), buonipresagi
ricordava quanto le parole siano importanti. mi allaccio a lui, per lanciare un altro piccolo sassolino in questo mare di pixel. il fascistissimo sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha invitato a non strumentalizzare politicamente l’episodio causato, a sentir lui, da quattro “imbecilli fuori dalla storia e del tempo”. peccato che alcuni testimoni abbiano sentito i quattro imbecilli esortarsi tra loro a suon di “camerata”, abbiano distintamente visto svastiche tatuate sulle loro braccia e abbiano riconosciuto in uno di loro Martin Avaro, coordinatore provinciale di Forza Nuova.
quest'ultimo testimone ha visto Nazirock, documentario di Claudio Lazzaro*, dove Marti Avaro appare mentre si vanta di alcune azioni, che racconta “la destra vista dall’interno”, manifestazioni di Forza Nuova, ma soprattutto interviste alla sua ala più giovane: ragazzi ricoperti di simboli inquietanti che su musica hard-rock con voci possenti inneggiano al nazismo. davanti a loro schiere di mani alzate. solo all’arrivo di Udo Voigt viene gentilmente chiesto di evitare il saluto romano, perché in Germania è vietato, e tutti si limitano a sedere composti e annuire alle parole del presidente federale del NPD.
veniamo alle parole. nel documentario (75 minuti di croci celtiche, tatuaggi di Mussolini sui polpacci, destre tese e camerata) c’è più di un momento in cui ci si nasconde dietro a parole o simboli cambiati di virgole ma identici nella sostanza. uno su tutti: i componenti del gruppo bolognese Legittima offesa, che si autodefiniscono White Kriminals e si autopromuovono anche su youtube (cercateveli, io non voglio far più pubblicità di questa) con motti come Musica Onore e Gloria, si infastidiscono visibilmente quando Claudio Lazzaro si riferisce ai testi della loro musica come chiaramente rifacentesi alla ideologia nazista. uno di loro precisa che sarebbe più giusto chiamarlo Socialismo Nazionale. un piccolo spostamento semantico? un’innocua precisazione?

Nazirock. il contagio fascista tra i giovani italiani (libro+dvd), un film di Claudio Lazzaro, Feltrinelli Real Cinema


*da ricordare che la proiezione del documentario viene continuamente contestata da minacce dell’estrema destra nei cinema e nelle libere piazze.
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categoria:parole, pensieri, visioni, letture
mercoledì, 21 maggio 2008
stasera, dopo nove ore nel paese del neon, vado a comprare un paio di pantaloni alla fiera delle poverelle.
rigorosamente neri. e non voglio sentire proteste, dopo mio padre e quelli che alla mattina mi squadrano con sarcasmo: "anche oggi siamo allegri, eh?".
il mio umore dipende da un sacco di cose, ma di certo il modo in cui mi vesto non influisce e non fa nemmeno il monaco, per favore, siamo ancora a questo?
devo mettere fiorellini e farfalline? una sciarpa dai colori sgargianti?
solo perché sono una "creativa" o anche perché sono una donnina e come tale devo agghindarmi?
entrambe le opzioni mi danno la nausea.
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categoria:spuma
martedì, 13 maggio 2008
ho la terribile sensazione di rimanere sempre ferma alla superficie.
come una zanzara nel bicchiere d’acqua.
industria del divertimento, la chiamano. allora un libro via l’altro.
ma altre volte penso che questo è il mio modo facile di vederla, tutto pur di non dover ammettere che sono io che faccio fatica a guardare sotto la tensione superficiale del liquido. che sono io che non sono capace di fare collegamenti intelligenti, raccontare fandonie del tipo: “questa scrittura mi ricorda molto..., potrebbe andare bene per le donne sopra i quarant’anni”.
temo di essere troppo rispettosa. di non essere capace fino in fondo di essere indipendente, che significherebbe soltanto essere fedele a me stessa.
devo trovare la formula giusta per fare voto di fedeltà, e poi andare alla ricerca del mio nocciolo, quello in cui credo aka quello che desidero, al di sotto della superficie.
avrò tempo?
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categoria:pensieri, desideri, spuma
lunedì, 12 maggio 2008
vedo un film così e non posso che avere senzazioni contraddittorie.

è un pugno nello stomaco: fantascienza diventata inutile, annullati i gradi di separazione dalla realtà.
al confine con una favela di Città del Messico, un muro protetto da filo spinato elettrificato e sorvegliato da telecamere protegge un quartiere per ricchi, la Zona. dentro case bianche tutte uguali, una scuola con ragazzini impettiti in uniforme, uno statuto speciale protegge gli abitanti dai rischi esterni.
sicurezza.
una breccia in un muro permette a tre ragazzini delle favelas di entrare nella Zona.
rubano e uccidono e gli abitanti del quartiere decideranno di farsi giustizia da soli.
è tutto così reale da fare davvero paura. al cinema è sempre “solo un film”, no? ma quando non è più così? quando anche l'immaginario riflette tutte le nostre paure e non possiamo far altro che guardare in faccia la realtà?
questa è la parte negativa: la sensazione che non ci sia speranza, lo sguardo sull’abisso mentre inesorabilmente stiamo scivolando.
ma poi, mi chiedo se il fatto che un film così ci sia, non ci dia ancora un giorno in più.
purché più gente possibile lo veda.

La Zona di Rodrigo Plà - Spagna, Messico - 2007 - Distribuzione Sacher
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categoria:visioni
domenica, 06 aprile 2008
Sarà l'aver finalmente iniziato a frequentare luoghi, atmosfere, persone del lavoro culturale, ma ho trovato indispensabile la lettura di questo libro e necessaria la divulgazione di uno scritto che temo non sia conosciuto abbastanza (merito alla Bollati Boringhieri di averlo pubblicato nel 2006). Due anni di studio al master non me lo avevano fatto incontrare e questo, invece, non dà nessun merito agli accademici, studiosi, esperti di editoria con cui ho avuto a che fare.
André Schiffrin, uomo di editoria da almeno 45 anni, descrive in Il controllo della parola come negli ultimi anni si sia arrivati a una progressiva concentrazione dei media e delle case editrici in gruppi editoriali, all'interno dei quali le scelte sui contenuti da pubblicare sono sempre più guidate esclusivamente da interessi economici, volti a aumentare il fatturato, risultare competitivi sul mercato e rispondere positivamente alla miriade di investimenti economici di banche e gruppi finanziari.
Con uno sguardo portato principalmente sulla situazione francese, inglese e americana, André Schiffrin illustra, con prosa secca e concisa ma precisa e densa di informazioni, la condizione di quasi-monopolio dell'informazione che si sta instaurando sempre più velocemente in buona parte del mondo occidentale, la collusione tra istituzioni politiche e magnati dell'editoria, il progressivo assottigliarsi della libertà di espressione in momenti cruciali per la storia del mondo intero (attentato alle torri gemelle, guerra in Irak), l'allontamento di validi direttori editoriali per non sufficientemente camuffate ragioni di mercato, e tanto altro.
Incluse le proposte di Schiffrin per la risoluzione di alcuni cruciali problemi dell'editoria attuale: la progressiva scomparsa delle librerie indipendenti, lo strapotere delle aziende di distribuzione (per l'Italia immaginiamo cosa possa voler dire possedere strutture di distribuzione all'interno dei gruppi editoriali: ovvi vantaggi per le aziende che possono usufruirne e eliminazione dei concorrenti che fanno sempre più fatica a essere distribuiti e raggiungere il pubblico).
mi dispiace che queste novanta pagine di aria fresca non fossero ancora arrivate al mio cervello, ma meglio tardi che mai. sul piano personale uno dei principali augurii che mi faccio per la vita è di riuscire a rimanere fedele a me stessa, ma da oggi devo aggiungere: nella lotta e speranza di non perdere la me stessa più autentica.
sul piano professionale, etico, culturale, umano, non posso far altro che augurarmi che questo libro e il pensiero di André Schriffin siano conosciuti da più persone possibile in Italia e di poter essere presente all'apertura di un dibattito su queste fondamentali problematiche, con conseguente "scoperta" delle soluzioni per rendere nuovamente l'Italia un paese in cui si faccia davvero cultura.

solo qualche link che ho incontrato lungo la strada accanto a questo libro:
www.democracynow.org/2007/3/28/andre_schiffrin_on_50_years_in
www.thenewpress.com
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categoria:pensieri, letture, desideri
mercoledì, 02 aprile 2008
sono qui seduta a una scrivania non mia, a guardare giù da una finestra che spetta solo a quelli che sono qui da dieci anni o sono raccomandati o famosi o importanti o. rubo uno scampolo di cielo e di strada e di lago con le carpe e i cigni. finché posso. oggi nell'andirivieni di umori dell'ultimo tempo è una giornata con la nuvoletta con la faccia all'ingiù. sono timorosa e nervosetta. tento di continuo di ripetermi che non devo fasciarmi la testa prima che sia rotta e che sono una persona brava e intelligente e un posto per me da qualche parte ci sarà, ma la paura di essere in un mondo in cui bisogna avere qualità che non mi riconosco è tanta: coraggio, perseveranza, faccia tosta o almeno tanta incoscienza (impermeabilità, cecità, insensibilità a quello che ti ruota attorno, l'opposto di me). ecco, ho abbastanza paura. o perlomeno mi sento incerta. non so quale sia la strada giusta, l'atteggiamento vincente.
puff.
la mia ansia di controllo sta corrodendo anche l'isola felice ultimamente. nemmeno con lui riesco a sentirmi tranquilla. sento che anche lì cerco di stare attenta, essere all'altezza, perfetta. penso che sia il mondo che fa irruzione nel mio nido. spero che sia temporaneo. ma l'altra sera mi veniva da piangere. piangevo e pensavo che forse sono capace solo di stare da sola e ci sono destinata. e non ero in grado di dirlo a lui, che mi stava di fianco, sforzandosi di capire, con gli occhi spalancati e la mano sulla mia fronte.
che momento infame, che cavoli di vita.
e dire che sono fortunata. eppure non abbastanza. faccio il lavoro che voglio. ma in realtà ci sto solo provando. imprigionata nell'incertezza più incolore. a una scrivania in prestito.

da qui vedo le alpi. sopra c'è un poco di neve. la finestra non è la mia, un nuvolone si avvicina. oggi ho preso la bicicletta in una milano bella e disgraziata.
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categoria:pensieri
lunedì, 24 marzo 2008

Bacon è un Picasso dipinto con materia organica.
feci, bile, sangue, sperma
ormai vecchie infiorescenze marcite disegnano forme come tumori della tela.

da vedere la mostra a Palazzo Reale, Milano
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